
Parliamo di tecnica
Gennaio 12, 2008Una delle cose che mi ha sempre incuriosito è l’enorme divario che è possibile osservare, a livello di esecuzione tecnica, in atleti diversi. Proveniendo dalle arti marziali, in cui il piccolo dettaglio tecnico determina la possibilità o meno di portare a bersaglio un colpo, ho voluto approfondire negli anni la mia conoscenza in merito. In questo post scriverò a “braccio” quello che ho appreso da diversi studi scientifici senza riportare le fonti cui ho attinto (ora non ne ho proprio voglia), ma per i più scettici mi riprometto di stendere articoli scientificamente validati in futuro riportando correttamente le fonti delle mie affermazioni. La mia idea è che l’apprendimento della tecnica motoria in fase di avviamento allo sport, sia il fattore limitante la prestazione motoria a livello elite. Parlo di apprendimento motorio riferito alla fascia giovanile, quando si impostano le fondamenta su cui deve essere costruita la casa in cui dovrà abitare, un giorno, l’atleta d’alto livello. Ironia della sorte la fase di avviamento allo sport, è quella che solitamente viene assegnata agli istruttori “apprendisti” i quali, con tutta la buona volontà, non possono aver maturato le “expertise” necessarie per individuare gli errori tecnici e le correzioni necessarie. E’ dimostrato da diversi studi che l’essere umano è fatto per imitare e che, già dopo alcune ore dal parto, il neonato è in grado di riprodurre la protusione della lingua mostrata dallo sperimentatore (Meltzoff). Il gruppo di ricercatori guidato da Rizzolati e Gallese, dell’università di Parma, ha individuato una popolazione di neuroni, da loro chiamati “mirror neuron”, che spiegano questa capacità innata di imitare. In sostanza con tecniche di neuroimmagine hanno dimostrato che un uomo che osserva un altro uomo che esegue un’azione motoria attiva gli stessi neuroni implicati nell’esecuzione della stessa (per questo chiamati neuroni visuomotori). La conseguenza diretta di questa scoperta è che un istruttore che mostra una tecnica motoria in modo scorretto, attiva negli allievi dei programmi motori errati: è quindi estremamente importante riservare particolare cura ai gesti presentati in fase d’insegnamento. Ho visto personalmente allievi di un corso di nuoto che curiosamente tendevano ad avere il dito mignolo della mano aperto nella fase di recupero della bracciata a stile libero. Uno o due potevano essere un caso, ma un numero superiore qualche sospetto lo desta!! Ho avuto modo di verificare, poi, che l’istruttore aveva questo atteggiamento quando mostrava la tecnica della bracciata!!! Il consiglio per gli istruttori è quello di provare i gesti davanti ad uno specchio. Un’altra indicazione pratica è quella di utilizzare gli stessi piani geometrici di riferimento di chi apprende. Mi spiego meglio. Se devo insegnare la bracciata a stile libero è sicuramente più efficace mostrare la bracciata tenendo il busto parallelo al pavimento, mettendosi sullo stesso piano geometrico di chi è in acqua che non mostrarla con il busto eretto. La cosa triste è che il cervello umano è “conservativo” e tende a rafforzare ciò che apprende fino a che non si convince che c’è un modo migliore per fare la medesima cosa. Il problema è che una tecnica errata, consolidata nel tempo, porta ad una serie di aggiustamenti compensativi sull’assetto posturale, che tendono a non rendere riconoscibile come migliore la tecnica corretta quando viene proposta, infatti essa si inserisce in una catena motoria non adeguata per la sua esecuzione. Si attiva così un circolo vizioso che spiega perchè è così difficile correggere gli errori. In un’altra serie di esperimenti sempre Gallese et. altri hanno dimostrato che i famosi neuroni specchio si attivano in particolar modo quando osserviamo negli altri un’azione finalizzata, ovvero cerchiamo di interpretare il senso dell’azione che osserviamo. In questo caso le implicazioni didattiche sono drammatiche!! E’ pratica comune insegnare ai futuri istruttori (purtroppo anche a livello universitario!!) una serie di esercizi tecnici per portare i loro allievi ad apprendere la gestualità specifica di un determinato sport. Ora le ricerche scentifiche ci dicono che l’uomo apprende azioni dotate di senso compiuto e quindi è assolutamente inutile decomporla nei suoi elementi costitutivi in fase d’apprendimento (diverso è il caso di chi la tecnica completa l’ha già appresa). I componenti di un’azione finalizzata non hanno senso per chi non ha idea di quale deve essere il movimento finale. Ad esempio, spezzettare la tecnica dello stile libero facendo eseguire l’alternato ad una persona che non sa cosa è lo stile libero, sarebbe come voler insegnare a correre prima con una gamba poi con l’altra e poi pretendere che ne esca la corsa completa!!!! Gli esercizi tecnici sono fatti per migliorare una tecnica già appresa non per insegnarla. L’istruttore e l’allievo devono sempre chiedersi a cosa serve un esercizio e quali sono le componenti cinematiche cui devono prestare attenzione. E’ credenza diffusa che l’esecuzione continuata porti alla maestria. Questo concetto è assolutamente sbagliato, eseguire un esercizio ripetutamente in modo errato consolida l’errore in modo che diviene poi più difficile estinguerlo. Il triathleta che non proviene dal nuoto solitamente non batte le gambe. L’esercizio classico che viene fatto fare loro è la tavoletta. Non ho mai visto qualcuno, dalla tecnica incerta sulle gambe, migliorare lo stile libero completo facendo tavoletta, certo migliora la battuta di gambe, ma inevitabilmente quando la si inserisce nel contesto della nuotata completa le gambe si fermano. Gli esercizi per la gambata devono essere fatti, in caso di correzione tecnica, nella nuotata completa, altrimenti è impossibile apprendere le componenti temporali e cinematiche della coordinazione gambe braccia!! Provare per credere. Vorrei finire questo articolo introduttivo con le tecniche di immaginazione e l’effetto delle parole sull’apprendimento motorio. Lo studioso per eccellenza che si è occupato di questo argomento è Jean Decety. Decety ha dimostrato che immaginare di eseguire un movimento attiva le zone premotorie implicate nella programmazione del movimento reale. Altri studi hanno evidenziato come vi sia un’attività elettrica nei muscoli che dovrebbero essere implicati in un movimento che però è solo immaginato. Hue ha fatto eseguire una serie di esercizi mentali ad un gruppo di soggetti in cui dovevano immaginarsi mentre sollevavano dei pesi, in un secondo momento è stato registrato un incremento fino al 30% della forza in un esercizio massimale eseguito nella realtà. In un altro studio è stato chiesto a dei soggetti di immaginare di fare un certo sforzo fisico misurando la frequenza cardiaca, il battito aumentava linearmente con l’aumentare dell’intensità dello sforzo immaginato, proprio come nella realtà. Tutto questo per dire che il “mental training” funziona e consiglio vivamente di vedere e rivedere sequenze video che riportano esecuzioni tecniche di atleti di alto livello e poi di immaginare di eseguire quelle sequenze tecniche. Un particolare curioso è che la tecnica funziona se ci si immagina personalmente nell’esecuzione della tecnica e non come osservatori di un altro soggetto. Contemporaneamente però è necessario lavorare sulla proprio “body schema”, ovvero sulla percezione che abbiamo del nostro corpo nello spazio. Spesso questa è incoerente, ovvero crediamo di avere una certa postura ed invece ne assumiamo un’altra. Il lavoro sullo schema corporeo è importantissimo quanto complesso, sia perchè è il frutto di una vita, sia perchè è spesso fuori dal controllo del feedback visivo (basti pensare al nuoto). Feldenkrais ha dedicato un’intera vita al lavoro sullo schema corporeo con risultati sorprendenti. Consiglio sempre di farsi riprendere con una videocamera…stenterete a riconoscervi, ma capirete cosa controllare. Chiudo trattando il tema spesso dibattuto del contenuto motorio delle parole. Esperimenti di psicolinguistica hanno dimostrato che ascoltare parole riferite a verbi che implicano delle azioni attiva le zone motorie del cervello relative all’esecuzione di tali azioni. Pronunciare la parola calciare attiva, nel soggetto che ascolta, gli stessi neuroni (audio motori) che si attiverebbero per eseguire un calcio. Questo effetto è utilizzato nel self talk, ovvero nel ripetersi mentalmente la sequenza di azioni che si devono eseguire mentre le si sta facendo. Dal punto di vista degli istruttori il consiglio è di badare bene alle parole che utilizzate e soprattutto porre attenzione che queste non siano in conflitto con la tecnica che state mostrando. Per chi apprendere è bene cercare di visualizzare l’azione che si esegue ripetendosi a mente ciò che si stà facendo.