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Power of Mind

Marzo 7, 2008

Dopo aver “sconfinato” in un campo di studi che non è propriamente il mio (la fisiologia), vorrei tornare un po’ alle origini e camminare lungo sentieri per me più “sicuri” parlando del cervello. Non essendo un cartesiano convinto del dualismo mente-corpo, ho approfondito gli aspetti materiali legati al funzionamento fisiologico del nostro organismo, ma indubbiamente sono più ferrato sull’aspetto mentale della prestazione. Dicevo che ho dovuto rimboccarmi le maniche e iniziare a masticare la biochimica, la fisiologia e l’endocrinologia poiché è nota l’esistenza di una relazione biunivoca tra i segnali inviati/ricevuti dal cervello e le variabili fisiologiche che determinano lo stato dell’organismo. La scienza che si occupa di queste relazioni è la psiconeuroimmunologia, ma di questo tratteremo più in dettaglio in un altro articolo. Per ora ci basta sapere che mente e corpo si influenzano reciprocamente. Nell’ambito sportivo lo studioso che più ha approfondito questo aspetto è Timothy Noakes,conosciuto nel mondo del running per aver scritto la monumentale opera: “Lore of running”. Secondo Noakes, il cervello è deputato, oltre al controllo dell’organismo, anche alla sua tutela. In una serie di studi, egli ipotizza che non siano le mutate condizioni fisiologiche consegunti lo sforzo a determinare il calo di prestazione (ad esempio acidificando il muscolo) ma, al contrario, sia il cervello che, rilevando determinati parametri nell’organismo, decide di ridurre il reclutamento delle fibre motorie al fine di diminuire lo sforzo per salvaguardare il cuore e sé stesso. Le prove di questa affermazione sarebbero contenute sia nella dimostrazione in laboratorio che un muscolo mantiene la capacità di contrarsi anche in presenza di concentrazioni di lattato notevolmente superiori a quelle solitamente ritenute limitanti, e sia dal fatto che l’effetto del colpo di calore non appare dovuto ad un’incapacità del flusso sanguigno di dissipare il calore e contemporaneamente alimentare la muscolatura, come un tempo si riteneva. Il cervello ferma l’organismo molto prima che questo riesca a danneggiarsi iniziando a impedire di mantenere una data intensità di sforzo. E’ emblematico, quanto drammatico, il video di Sian Welch & Wendy Ingraham all’Im delle Hawaii, in cui si può osservare come le atlete siano impossibilitate a correre. Due ricercatori dell’università di Cape Town, allievi di Noakes, spiegano come la motricità delle due atlete sia stata “ripodrotta” sperimentalmente in soggetti non affaticati, semplicemente portando la temperatura corporea a 40°. Il cervello decide quale è il limite di sopportazione e quando lo si supera ci ferma. La domanda che gli studiosi si pongono è: considerato che il cervello riesce a gestire lo sforzo, è possibile “allenarlo” per fare in modo che sposti il limite di sopportazione? La risposta è no, però….

Dicevamo che c’è un però. Infatti non è rara la situazione in cui, presi due atleti di pari caratteristiche organiche (VO2max, soglia, velocità alla soglia, etc..), uno risulti un vincente mentre l’altro l’eterno secondo. “Non ha la testa si sente spesso dire”. In effetti è così. C’è uno studio che dimostra come la soglia del dolore sia modulata culturalmente, ovvero attraverso l’educazione. Si è visto che gli appartenenti a culture anglosassoni hanno una soglia di percezione del dolore più elevata di quella di noi latini. Andando a ricercare le cause si è notato che i modelli educativi delle due culture sono sostanzialmente diversi: mentre gli anglosassoni hanno la tendenza a deplorare le manifestazioni di dolore nei piccoli non prestando loro attenzione, noi latini siamo più “mammoni” ed abbiamo la tendenza a enfatizzare la situazione dolorosa. A livello neurofisiologico la spiegazione sta nel fatto che le sensazioni (ovvero i segnali Oggettivi raccolti dai recettori) sono interpretate percettivamente, ovvero attraverso il filtro cognitivo. Tornando ai nostri atleti questo significa che chi ha la capacità di sopportare meglio la fatica riuscirà a compiere allenamenti più intensi ed a modificare le variabili fisiologiche utili alla prestazione, meglio di chi percepirà lo sforzo in modo più intenso. Ma a livello pratico cosa si può fare? L’allenamento permette di innalzare questa soglia di blocco e di conquistare, giorno dopo giorno, una capacità di sopportare meglio la fatica. L’importante è credere che questo sia possibile (modificando così l’interpretazione cognitiva dello sforzo) e porsi obiettivi realizzabili che non mortifichino l’impegno profuso. Se riesco a correre i 5 km a 5 minuti/km cercare di fare le ripetute sui 1000m a 3′15″ non è un buon inizio, anzi direi decisamente irrealistico!!

Cristiano

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