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La legge di Murphy

Giugno 4, 2009

C’è una legge ineludibile conosciuta come legge di Murphy la quale recita: “Se qualcosa può andare male lo farà e con le peggiori conseguenze”. A questa deve essere aggiunta la chiosa di Moore: ” Murphy era ottimista!!!”. Ieri programmato un bel combi composto da bike+run. Ripetute bike in salita, cambio veloce, e corsa tirata sui 6km, il tutto previsto per le 17.45, considerato che poi dovevo essere a casa per tenere le bimbe avendo Marina in turno notturno all’ospedale. Alle 17.30 dovrei finire l’allenamento dei girini (la squadra di nuoto) ed essere pronto al massacro per le 17.45. Già qualcosa però non gira per il verso giusto e alcuni genitori devono chiedermi informazioni su una gara, poi una chiacchera tira l’altra ed alla fine sforo di ben 15′ sulla tabella di marcia. Arrivato a casa preparo la borraccia con i sali mi vesto con il body da gara e sono pronto alla partenza, sono le 18.00. Arrivo in garage e mi accorgo di non avere le chiavi del portoncino, qualche imprecazione e torno a prendere la chiavi, come arrivo in cucina squilla il telefono, un genitore di un aspirante girino che ha bisogno di informazioni sull’attività…quando finisco la telefonata sono le 18.15, esattamente 30′ fuori tabella di marcia!! Alla fine riesco a partire comincio il riscaldamento e l’arsura in bocca della lunga telefonata mi porta la borraccia alla bocca….porca miseria ho preso la borraccia sbagliata con dentro solo metà acqua calda!!! Oramai è troppo tardi e non posso tornare indietro, decido di proseguire. Inizio la prima ripetuta e tutto sommato non male, le gambe ci sono…alla seconda una fatica mostrusa, scalo rapporti fino all’ultimo ma fatico a spingere, guardo in basso e mi accorogo di aver dimenticato la corona sul 53 su una salita al 9-10%, recupero con un 39/27 fino in cima trascinandomi sugli ultimi 50 che sono al 13%. Le ripetute continuano decentemente e strada facendo, in discesa, perdo anche la borraccia ci voleva!! Guardo l’orologio e decido che il combi diviene un’uscita solo bike completo 10×1km in salita con recupero la discesa a scendere, sull’ultima mi fermo al paese poco distante per bere e chiudere gli ultimi 8 km a crono. Bevo parto e naturalmente mi cade la catena….qualche invocazione religiosa e riparto verso casa con passo veloce. Finalmente sono a casa e, tutto sommato, ho fatto un buon allenamento…

Bike

10km risc.

10x(1km salita + 1k discesa)

8km fondo medio

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Riprendiamo gli allenamenti

Giugno 3, 2009

Dopo il lunedì di recupero completo, da martedì ho deciso di postare gli allenamenti, più per tenere una sorta di diario personale che per programmazione che, con i turni di mia moglie e le esigenze delle bimbe diviene sempre più difficoltosa.

Martedì 2 giugno,

sveglia molto presto: ore 6.15, avrei dormito molto più a lungo ma l’incursione di Matilde, la cucciolotta della famiglia, nel letto mi ha costretto ad accompagnare il canto del gallo!! Colazione con panino spalmato generosamente di nutella, una mezzoretta di giochi con le bambole e poi via…11.5 km di fl con progressione sul finale. La partenza veramente con bruttissime sensazioni e l’attenzione sempre al polpaccio dx che, dopo la contrattura occorsa oltre un mese addietro, ogni tanto mi costringe a stop forzati. Nel finale le sensazoni sono migliorate e, cosa più importante, il polpaccio ha tenuto bene. In tarda mattinata una sguazzatina in piscina da 25m per un 1500m continuato. Abbastanza legnoso e stanco. Se penso alla discreta forma che avevo raggiunto ad inizio primavera sono un po’ mortificato, dover fermarsi proprio in concomitanza con le gare programmate non è il massimo per la motivazione, soprattutto quando si ha davanti un’estate in cui, se il caldo sale, è difficile fare lavori di qualità nelle ore (pausa pranzo) in cui mi alleno……Pazienza vedremo di fare il meglio possibile. Riassumento la tabella del 2/6/9 è stata:

Run 11.5km fl

Swim 1500m continuati

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Quando l’acqua ha la consistenza del fango

Dicembre 14, 2008

Ieri allenamento in acqua. Quando non sei allenato la prima cosa che viene meno è lo scivolamento, quella bella sensazione di galleggiamento che da l’impressione di essere parte dell’acqua…..lontani ricordi. La nuotata di oggi è stata molto “muscolare” ma questo è il percorso per rientrare in condizione!!! Ecco il lavoro svolto, non commento l’allenamento poiché si tratta, come per gli altri allenamenti della settimana, di fare girare gambe e braccia senza un fine fisiologico specifico.

300m risc
10×50m esercizi tecnici
10×100m a 1′.35″ partenza 1′.45″
100m sciolti
4×100m misti
100m sciolti
2×200m (25m b1+25a1)
100m def.

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La ripresa continua

Dicembre 12, 2008

Oggi un altro allenamento per cercare di ricordare alle gambe come si deve correre. Secondo Olbrecht, un grandissimo ricercatore che ha studiato a fondo i sistemi energetici, dopo una settimana di fermo, la quantità di mitocondri nelle cellule muscolari decade del 50%. Per tornare alla situazione pari a quella prima dello stop occorrono 4 settimane di allenamento. Per fortuna poi il decadimento è meno incisivo, comunque dopo due settimane di fermo non posso che confermare i dati dello studioso. Prima di contrarre l’inflenza corsi 10×400m in 1′.21″ di media, alla fine non ero neppure molto stanco. Oggi ho riprovato tale allenamento con 3km di riscaldamente e poi 12×400m recupero 200m a passo lento. Il verdetto inesorabile 1′.29″ di media finendo al gancio. Quindi ho davanti altre tre settimane di purgatorio per tornare alla decenza.

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Dalla teoria alla pratica

Dicembre 11, 2008

Dopo l’off-season e un’influeza che mi ha tenuto fermo per 15 gg ho ripreso a far finta di allenarmi. L’obiettivo di quest’anno è non “sfigurare” sulle brevi distanze (sprint e olimpici). Il tempo a disposizione è davvero pochissimo quindi gli allenamenti sono un po’ alla giornata e alla garibaldina. Tuttavia vorrei dare un senso organizzativo alla preparazione, cercando di spiegare quale è lo scopo degli allenamenti che faccio per illustrare, sul campo, perché si fanno determinati lavori e con quale modificazione fisiologica attesa.  Il primo passo è l’esecuzione dei test per verificare la base di partenza. Ad oggi l’unico test che ho effettuato è quello sulla corsa.  Lasciando da parte test complessi e costosi come il test del lattato, credo che per atleti amatori il margine di miglioramento sia così ampio che l’approssimazione data dai test da campo sia più che ottima per pianificare le andature dei propri allenamenti. Il test che preferisco per la corsa è quello sui 5km. Dal tempo ottenuto sui 5 km è possibile avere un parametro di riferimento per la soglia anaerobica. Basta infatti dividere il tempo espresso in secondi della prestazione sui 5km per 0.93 per ottenere con ottima approssimazione il tempo di percorrenza al km alla soglia. Nel mio caso è risultato un tempo alla soglia pari a 3′.58″ al km e questo costituirà il parametro di riferimento per quanto riguarda la corsa. In questa settimana, dopo il fermo ho rimesso in moto l’organismo. Lunedì 8km di fondo lento, sono partito senza neanche il cronometro per essere sicuro di andare tranquillo. Ieri sono riuscito a trovare un buco nella pausa pranzo ed ho fatto 30′ a 107/110 rpm di allenamento neuromuscolare sul ciclosimulatore.  Lo scopo di questo allenamento è quello di lavorare sulla coordinazione agonisti/antagonisti per ottenere una pedalata fluida. E’ un lavoro che tende ad automatizzare il movimento. Oggi bagnetto in piscina con 400m di riscaldamento + 200 m tecnica sle poi a seguire 5×100m a 1′.35″ partenza a 1′.50″ in A2 + 100m aumentando ogni 25m + 100 sciolti +3×150m in a2 recupero 20″ + 8×50m recupero 10″

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Pianificazione parte 5 (caro diario)

Ottobre 16, 2008

Siamo giunti alla conclusione di questo “viaggio” attraveso l’organizzazione dell’allenamento. In definitiva il succo di tutto il lavoro è quello di provare ad allenarsi con un certo metodo. Fino ad ora abbiamo steso quello che è il piano di lavoro, quello che manca è il resoconto, o meglio, la realizzazione del piano. Sappiamo benissimo che dal preventivo al conto finale, quasi sempre è necessario apportare delle modifiche, malattie, impegni, e risposte diverse dell’organismo, ci costringono a rivedere quanto avevamo stabilito per “rientrare in carreggiata”. Per capire l’entità dello scostamento dal piano di lavoro alla realtà dei fatti abbiamo a disposizione due strumenti: i test ed il diario di allenamento. I primi danno un parametro oggettivo del reale stato di forma da paragonare all’obiettivo parziale (o finale) prefissato il secondo illustra il percorso che giustifica il risultato del test. E’ solo rileggendo il diario di allenamento che posso farmi un’idea del perché il test ha dato un certo responso. Ma come deve essere compilato un diario di allenamento? A mio modo di vedere deve contenere informazioni che siano “misurabili” con estrema semplicità quindi, possibilmente, anche i dati qualitativi devono essere espressi in forma numerica. Ho trovato molto bello il diario di allenamento proposto da Friel che di seguito riporto. Per ogni settimana di allenamento è riportata come prima voce l’obiettivo settimanale (tipo riuscire a fare 5×1000m al 3% più veloce della soglia), poi segue una suddivisione in giorni  per ognuno dei quali si registra una sorta di “check up” mattutino che comprende le seguenti voci: qualità del sonno, affaticamento, livello di stress, stanchezza muscolare e valore della frequenza cardiaca a riposo. Per le prime quattro voci deve essere posta una casellina in cui andrà trascritto un numero da 1 a 7 (1 per la situazione ottimale e 7 per la peggiore) mentre per la HR si riporterà il valore misurato. Facciamo un esempio se al risveglio sento di aver dormito male metterò un numero verso il 7, diciamo 5, se sono piuttosto affaticato scriverò un altro bel 6 e via dicendo. Quando almeno tre delle quattro voci o lo scostamento della frequenza cardiaca rispetto al valore normale eccede di oltre 5-6 bpm è consigliabile affrontare un allenamento blando, se la situazione persiste per i successivi tre giorni ( in assenza di malattie o altri fattori indipendenti dall’allenamento) allora è il caso di riposare e rivedere il piano di allenamento. E’ da notare che ultimamente sono comparsi una serie di strumenti e di software di elaborazione che permettono di registrare il bilanciamento del sistema nervoso autonomo attraverso la misurazione della Heart Rate Variability (HRV). Tali misurazioni, estremamente precise, fornisco un quadro complessivo dello stato psico-fisico dell’organismo. In ogni caso, a mio modo di vedere, scomporre nelle quattro voci di cui sopra permette un’analisi soggettiva oltre che oggettiva. Un’altra sezione del diario deve contenere il tipo di allenamento (fondo, ripetute,..), l’ora di inizio, la durata, la zona di allenamento (espressa come hr o RPE o EPOC o altro) e dei commenti sullo stato psicofisico a giustificazione soggettiva del risultato dell’allenamento. Con un diario di allenamento così strutturato non si avranno difficoltà a seguire l’evoluzione del piano di allenamento apportando i necessari correttivi.

esempio di diario

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Periodizzazione parte 4 (quantificare il carico)

Ottobre 14, 2008

Seguendo quanto detto fino ad ora, abbiamo i seguenti elementi:

  1. base di partenza (modello dell’atleta)
  2. base di arrivo (modello della prestazione)
  3. suddivisione della stagione in base agli obiettivi (periodi)

Quello che ci manca è la misurazione del carico, ovvero come facciamo a stabilire quanto è cresciuto il carico degli allenamenti? Una regola che trova abbastanza d’accordo i diversi ricercatori è quella di non aumentare il carico totale di più del 10% da una settimana alla successiva. Inoltre, per permettere all’organismo di supercompensare, solitamente la quarta settimana del mesociclo (se questo è di 4 settimane) è di “scarico” ovvero riduce il carico di una percentuale variabile tra il 10%  ed il 20%. Personalmente ho trovato efficace riportare nella settimana di scarico le percentuali pari a quelle della seconda settimana del mesociclo, ritoccando al ribasso il volume e al rialzo la percentuale dedicata all’intensità. Nella progressione del carico occorre considerare i tre parametri che costutuiscono il cosiddetto “workload”: volume, frequenza ed intensità. Il volume è la quantità totale di lavoro in termini di tempo o km o qualsiasi altro parametro che lo possa rappresentare (nel body building possono ad esempio essere usati i kg sollevati nella seduta di allenamento), la frequenza è la misura della “densità” delle sedute di allenamento, ovvero quante volte ci alleniamo alla settimana, infine l’intensità è la misura dello sforzo compiuto dall’organismo. La combinazione di questi tre parametri determina il carico fisico (workload). Solitamente la sequenza per aumentare il workload è frequenza–>volume—>intensità, ma non è vincolante, l’unico punto fermo è che l’intensità deve essere aumentata quando l’organismo è in grado di sopportare un determinato livello di stress, in caso contrario infortunii e stati di stress sono in agguato. La misurazione del carico di una singola seduta può essere fatto in diversi modi, ne vediamo alcuni. Chi utilizza il cardiofrequenzimetro solitamente, in seguito a qualche tipo di test, avrà una serie di zone di lavoro, diciamo da Z1 a Z5, dove la Z1 è quella a più bassa intensità e la Z5 quella a più alta. Poniamo di aver effettuato un allenamento di corsa con un riscaldamento di 10′ (Z1) una fase centrale di 20′ a fondo lento (Z2), una fase di 10′ in Z4 ed un 10′ di defaticamento (Z1). Il carico totale sarà dato da (10×1)+(20×2)+(10×4)+(10×1)=100. Un altro modo di misurare il carico è l’utilizzo della RPE (rate of percivied exertion) di Borg.

SCALA RPE DI BORG

6 nessuno sforzo 20%
7 estremamente leggero 30%
8 40%
9 molto leggero 50%
10 55%
11 leggero 60%
12 65%
13 un po’ pesante 70%
14 75%
15 pesante 80%
16 85%
17 molto pesante 90%
18 95%
19 estremamente pesante 100%
20 massimo sforzo esaurimento

Il principio che sta alla base è il medesimo del precedente, si moltiplica il numero corrispondente all’intensità percepita per il numero di minuti sommandolo il risultati relativi ad ogni intensità. Per stabilire la propria RPE occorre fare un test incrementale. Un assistente a determinati livelli di intensità chiede all’atleta di scegliere uno dei livelli sulla scala di Borg che gli viene mostrata. Questo all’allineamento è necessario per permettere all’atleta di “memorizzare” l’esperienza dello sforzo ad una certa intensità. L’introduzione della tecnologia permette anche di controllare il carico con strumenti di precisione. Un esempio è il cardiofrequenzimetro della suunto t6. Questo strumento riesce a quantificare il carico attraverso l’EPOC (excess post exercise oxygen consuption). Brevemente, e molto sinteticamente, possiamo affermare che dopo uno sforzo le attività metaboliche non ritornano subito ai loro livelli basali ma richiedono un tempo più o meno lungo in base all’intensità ed alla durata dello sforzo. In questo periodo di tempo il consumo di ossigeno eccede il consumo basale. Quindi l’EPOC è direttamente proporzionale all’intensità ed alla durata dell’esercizio. Il software in dotazione al T6 è in grado di esprimere il livello del carico su una scala a 5 livelli, permettendo di avere una quantificazione precisa del lavoro svolto.

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Periodizzazione parte 3 (divide et impera)

Ottobre 8, 2008

Riassumendo quanto scritto precedentemente, dovremmo avere a portata di mano due dati essenziali per pianificare la stagione agonistica: il punto di partenza (modello dell’atleta) ed il punto di arrivo (modello della prestazione). Il modo migliore di affrontare un problema complesso è quello di scomporlo in sottoproblemi. Nel caso della periodizzazione i sottoproblemi sono le varie fasi (periodi) dell’allenamento. La letteratura è abbastanza etereogenea in merito ed è possibile trovare diverse definizioni e diverse durate per i singoli periodi, tuttavia il principio di fondo non cambia. La scomposizione in periodi è il modo in cui trattiamo il “problema” allenamento per avere un controllo sullo stato di performance, con lo scopo di raggiungere la massima forma quando desideriamo. Questo significa che ogni periodo è un oggetto con un test in ingresso (stato iniziale dell’atleta) ed un test in uscita (stato finale dell’atleta), se il test in uscita coincide con l’obiettivo fissato per il periodo abbiamo lavorato bene, in caso contrario occorre apportare dei correttivi per rientrare in carregiata. Come possiamo osservare la periodizzazione è un processo “Top Down”, fissato l’obiettivo stagionale scendo via via nei dettagli, fino ad arrivare alla singola seduta di allenamento. Vorrei far notare che il principio del test in ingresso ed in uscita si riporta fino a livello di microciclo. Vediamo ora nel dettaglio come si compone una pianificazione stagionale. Stabilita la data (o il periodo) in cui si desidera ottenere il picco (o picchi) di forma si procede a ritroso fino alla data in cui intendiamo iniziare l’allenamento. Solitamente si succedono le seguenti fasi:

  1. Transizione (1-6 settimane)
  2. Perparazione (3-4 settimane)
  3. Base (8-12 settimane)
  4. Costruzione (6-10 settimane)
  5. Peak (1-2 settimane)
  6. Gara (1-6 settimane)

E’ consuetudine definire le precedenti fasi come Macrocicli, ognuno dei quali è composto da mesocicli (solitamente corrispondenti ad un mese) a loro volta formati da microcicli (che per comodità si fanno corrispondere ad una settimana). Ogni microciclo si suddivide in sedute di allenamento, che sono una o più al giorno. Nulla vieta di avere mesocicli di 3 settimane o microcicli di 10 giorni, tuttavia è consuetudine seguire il ritmo settimanale e mensile anche per la scadenza nel fine settimane delle gare.

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Periodizzazione parte 2 (Chi siamo, dove siamo e dove stiamo andando..)

Ottobre 7, 2008

Nel precedente articolo avevo introdotto il concetto di periodizzazione, ovvero il processo che permette di organizzare gli allenamenti in modo da raggiungere uno o più obiettivi stagionali. E’ stato detto che il piano di allenamento scaturisce dall’intersezione di due modelli: il modello dell’altleta ed il modello della prestazione. Il primo rappresenta una sintesi dei punti di forza e di debolezza dell’atleta, mentre il secondo è la sintesi delle caratteristiche fisiche richieste ad un atleta che vuole “eccellere” in tale disciplina. La differenza tra i due modelli rappresenta la zona di sviluppo, ovvero il gap che deve essere colmato per fare una buona prestazione. Facciamo un esempio concreto, ammettiamo che un atleta sia un forte mezzo-fondista, in particolare sui 10000m e si sia posto come obiettivo quello di preparare una maratona. Il modello dell’atleta ci dice che egli avrà un ottimo “motore”, nel senso che sicuramente avrà una velocità di soglia elevata (punto di forza), probabilmente avrà un’ottima tecnica di corsa (punto di forza), sicuramente non avrà spiccate doti di endurance (punto di debolezza), forse avrà dei problemi di tenuta psicologica (punto di debolezza), magari anche la gestione tattica della gara e delle risorse energetiche sarà da aggiustare (punto di debolezza). La maratona richiede evidentemente doti di endurance e psicologiche di sopportazione della fatica. Se andiamo a guardare l’utilizzo dei substrati energetici vedremo che la maratona si attesta su un 90-95% di utilizzo del meccanismo aerobico ed un 5-10% del meccanismo anaerobico. Questo ci fornisce un’indicazione della percentuale di impiego dei diversi mezzi allenanti. Avendo ben chiaro quali sono le potenzialità e le carenze dell’atleta e la tipologia di gara che dovrò affrontare, automaticamente otteniamo la “strada” da percorrere per colmare i punti di debolezza ed arrivare alla gara in buona condizione. Nel nostro caso è evidente che l’obiettivo è sviluppare l’endurance e la capacità di protrarre lo sforzo per lunghi periodi. Di conseguenza i mezzi di allenamento devono essere scelti tra quelli che incidono su questi aspetti (lunghi per lo sviluppo della potenza lipidica, allenamenti ad andatura gara etc..). Questo processo ci permette anche di stabilire le percentuali di utilizzo dei diversi mezzi allenanti. Approssimativamente ogni atleta conosce i suoi punti di forza e di debolezza, tuttavia è sempre meglio scriverli nero su bianco testando le proprie capacità. Il processo di “screening” dell’atleta si chiama “assessment” ed ha lo scopo di definire in modo, più o meno, oggettivo le sue caratteristiche psico-fisiche. L’assessment può, in linea di principio, essere scomposto in due componenti: soggettiva ed oggettiva. La componente soggettiva è la percezione cognitiva che l’atleta ha di sè stesso. La componente oggettiva è quella rilevata con test fisiologici. Solitamente le due componenti hanno un grado di sovrapposizione molto elevato al punto che atleti di alto livello riescono a “percepire” esattamente il grado di intensità dello sforzo fisiologico. Gunnar Borg è stato lo studioso che più ha approfondito lo studio della relazione tra percezione dello sforzo ed intensità definendo una scala di misura numerica per indicare lo sforzo provato: la rate of perceived exertion (RPE). Recentemente T. Noakes ha dimostrato che sulla base della RPE è possibile predire la durata dell’esercizio ad una determinata intensità prima di fermarsi per esaustione (http://bjsm.bmj.com/cgi/content/abstract/bjsm.2007.043612v2). Questo ci dice che la nostra percezione dello sforzo è molto affidabile e che si può affinare con l’esperienza. Tornando al tema del discorso occorre valutare la componente oggettiva con dei test fisiologici (test lattato, Conconi, dei 5km,….) e la componente soggettiva con dei questionari. Se la parte dei test fisiologici ha una buona tradizione ed una base epistemologica molto salda, altrettanto non si può dire per i test soggettivi. Quello che sono riuscito a trovare in giro è materiale non validato e quindi passibile di sensibili scostamenti ma empiricamente si è rivelato abbastanza efficace e quindi lo ripropongo. E’ una rivisitazione di quanto riportato da Joe Friel, il quale ha il pregio di essere molto pratico nello sviluppare un tema delicato come la periodizzazione. Riporto di seguito i due questionari: uno per l’assessment psicologico e l’altro per la percezione delle capacità.

Mental Skill
Perception

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La pianificazione della stagione agonistica (periodizzazione parte 1)

Settembre 25, 2008

Iniziamo la discussione con la domanda topica che ogni allenatore o atleta dovrebbe porsi ad inizio preparazione. Quali obiettivi voglio conseguire nella prossima stagione agonistica? Avere un obiettivo chiaro e ben definito è condizione sine qua non, è impensabile strutturare un qualsiasi piano di allenamento. Curiosamente la maggior parte degli atleti amatori non definisce il proprio obiettivo e tende a ripetere le tabelle passate dall’amico, ricevute dal cugino che le ha scaricate da internet sul sito dell’allenatore di…La definizione dell’obiettivo stagionale è la stella polare che indica la strada da percorrere, i mezzi da utilizzare e la corretta sequenza in cui vanno utilizzati. Ovviamente l’obiettivo è strettamente personale, vediamo perché. Nella preparazione (periodizzazione) di una stagione agonistica, due sono le componenti che devono essere considerate: il MODELLO DELLA PRESTAZIONE e IL MODELLO DELL’ATLETA. Il MODELLO DELLA PRESTAZIONE definisce le caratteristiche fisiche, tecniche e tattiche richieste all’atleta per raggiungere un’elevata performance in quello sport. Il MODELLO DELL’ATLETA definisce le caratteristiche psico-fisiche del singolo atleta. Lo scostamento tra IL MODELLO DELLA PRESTAZIONE e IL MODELLO DELL’ATLETA, definisce l’AREA DELLìALLENAMENTO, ovvero la “distanza” che il singolo atleta deve “percorrere” per eccellere in quella disciplina. Facciamo un esempio pratico per capire come funziona il meccanismo. Supponiamo che un atleta X voglia preparare un Ironman. Il MODELLO DI PRESTAZIONE di un Ironman, sintetizzando al massimo, richiede particolari doti di endurance, una gestione psicologica della fatica, un ‘attenzione particolare all’alimentazione in allenamento ed in gara, una corretta gestione dei carichi di lavoro in base alla percentuale temporale di ogni singola frazione (allenarsi 6 volte alla settimana nel nuoto per un ex nuotatore non sarebbe un’ottima scelta), ecc..Fissato questo obiettivo e chiarito il modello di prestazione è necessario fare un’analisi approfondita dei punti di forza e di debolezza dell’atleta. Quanti anni di allenamento ha alle spalle, in quale disciplina eccelle ed in quale è carente, quali sono le sue caratteristiche psicologiche, quanto tempo ha a disposizione per allenarsi, quale è la condizione familiare (figli, moglie, lavoro), ecc. Definiti questi due modelli abbiamo a disposizione il punto di partenza ed il punto di arrivo del nostro viaggio, e scusate se è poco!!! Notiamo che la pianificazione, oltre ad essere annuale è pluriennale, ovvero progetta l’evolversi di un atleta nel corso della sua cariera sportiva.L’obiettivo, ovviamente deve essere realisticamente realizzabile, ma non facile da raggiungere, altrimenti non coinvolgerebbe l’atleta:deve essere una sfida, una scommessa che l’atleta fa. Molti atleti sono “allergici” alla pianificazione e non apprezzano il sentirsi costretti in rigide tabelle. La bella notizia è che la periodizzazione dell’allenamento non pone vincoli su tipo di seduta da eseguire, siamo ad un livello ancora molto generale di definizione. Vedremo come in realtà le sedute di allenamento solitamente sono pianificate settimanalmente e riviste quotidianamente, quello che importa è che il tutto è fatto nell’ottiva di raggiungere l’obiettivo. C’è inoltre da dire che allenarsi male per un ora ed allenarsi bene, alla fine sempre un’ora è passata quindi vale la pena allenarsi nel migliore dei modi. Una seconda considerazione è sul famoso motto romano “divide et impera”. L’obiettivo finale deve necessariamente essere suddiviso in tappe parziali che saranno un tavolo di prova per verificare l’efficacia del lavoro svolto ed in caso di eccessivo scostamento dal valore atteso un’occasione per riflettere e imporre una virata. Esistono diversi questionari (quasi tutti di matrice anglosassone) che aiutano nella definizione di questi due modelli, gli americani tra i tanti difetti vantano un grande pregio: hanno un fortissimo senso pratico e questo fa si che definiscano molto chiaramente i loro obiettivi. A mio modo di vedere IL MODELLO DELLA PRESTAZIONE, calato nel triathlon può essere scisso in due. Un modello relativo ai triathlon corti (sprint, olimpici) ed un modello relativo alle distanze lunghe (doppio olimpico, mezzo IM, e IM). I due modelli si differenziano molto pur parlando dello stesso sport. Proviamo insieme a definirli. Partiamo dal modello di prestazione del triathlon “corto”. La prima analisi che occorre fare riguarda quali doti psico-fisiche presuppone per ottenere l’eccellenza. La prima cosa che mi viene in mente è che in entrambe le distanze (sprint, olimpico) non c’è una grossa necessità di controllare la spesa energetica, difficilmente finiremo la benzina prima della linea del traguardo, quindi è una corsa che possimao tranquillamente correre ad andature di poco inferiori alla soglia anaerobica (sempre che questo concetto abbia un senso) avere stabilito il modello energetico di riferimento ha un’importanza estema perché da questo segue la scelta dei mezzi di allenamento adeguati per migliorare la prestazione. Un secondo dato importante da considerare è l’aspetto tattico: il nuoto riveste un ruolo fondamentale, se si esce indietro la gara è tutta in salita e mentre gli avversari possono gestire le altre due fasi, noi saremo costretti a spendere qualcosa in più che potrebbe farsi sentire alla fine. Quindi da questa constatazione rileviamo che un massiccio lavoro tecnico sullo stile del nuoto è indispensabile, specialmente in inverno. Un altro aspetto tecnico, molto spesso trascurato, è la capacità di stare in gruppo in bike. I biker puri rabbrividiscono quando vedono una gara di triathlon perché non riescono a farsi una ragione di come possa essere disorganizzato un gruppo. Spesso ci troviamo in grupponi di 20-30 unità con due o tre volenterosi che tirano. E’ un po’ come il famoso dilemma del prigioniero!! La cosa curiosa è che se tutti tirassero anche solo 200m la media sarebbe sostanzialmente più alta e la spesa profusa sarebbe irrisoria al fine di concludere la successiva frazione con successo. Il problema è che un gruppo eterogeneo tende all’entropia, un po’ quello che succede allo stadio dove persone solitamente tranquille si ritrovano ad essere violenti ultras. La situazione è affatto diversa, ma il principio è quello: l’uomo deve essere governato, ama essere governato!! Quindi il mio consiglio quando vi trovate in questa situazione è di cercare di diventare leader o spronare qualcuno a divenirlo. Il leader crea coesione e spinge il gruppo verso l’ordine. Convengo che è più facile dirlo che farlo, ma questo non giustifica il fatto di non provare. Un altro punto importante del modello sono i cambi: ho visto atleti massacrarsi in acqua per guadagnare 30″ in un anno sui 1500m du nuoto e poi fare dei cambi scandalosi. Assurdo!!!Il cambio non è una “zona morta” della gara: è la gara, quindi deve essere ottimizzato ed allenato. Ricordiamo che nulla si improvvisa, specie gli automatismi, se non siete in grado di fare un cambio ad occhi chiusi in allenamento, solo un colpo di fortuna può salvarvi in gara, dove l’affaticamento e lo stress emotivo remano contro. Un altro dettaglio non trascurabile è la condizione climatica che troveremo in gara: anche questa deve essere allenata! Il caldo ha degli effetti molto incisivi sull’organismo che deve essere adattato ad esso. Vi invito a proporre altri punti che ritenete importanti….Passiamo al modello “endurance”, ovvero le gare lunghe. Nella preparazione di queste gare TUTTO ruota attorno alla corretta gestione dell’energia: fisica e psichica. La direzione degli allenamenti deve portare ad ottenere la massima velocità in rapporto alla quantità di energia disponibile. Vedremo poi come le due principali scuole di pensiero per ottenere questo risultato abbastanza diverse. Contrariamente al precedente modello il nuoto riveste un ruolo minore (anche se nel doppio olimpico può ancora essere importante). Il fatto che la gara sia senza scia e che il rapporto tra le tre discipline privilegi di fatto bike e corsa permette di prestare meno attenzione a questa frazione. Ovviamente, in ogni caso, meglio saper nuotare forte. Mentre nel precedente modello si poteva “sforare” nell’andatura senza rischiare un granché, ora la capacità di trovare il “passo” di gara diviene fondamentale. Il passo di gara deve essere costruito in allenamento e deve essere un metronomo. Sapere di riuscire a sostenere un determinato ritmo, magari leggermente superiore, perché lo si è provato in gara, ci permette di gestire le energie psicologiche in mdo ottimale. Affrontare la gara con il dubbio di arrivare al termine non è un’ottimo inizio!! Come dice il grande Mark Allen, in allenamento occorre approssimarsi alla distanza di gara con allenamenti lunghi e alla velocità di gara con allenamenti meno lunghi a velocità leggermente superiore, e se lo dice the Grip c’è da fidarsi. Un altro elemento non trascurabile è la gestione dell’integrazione idrica ed alimentare. Se si sbaglia questa siamo fottuti!! Deve essere assolutamente provata e riprovata in allenamento quando si fanno le distanze lunghe, quante volte si sente di atleti che non riescono a rifornirsi in gara? E’ una capacità che deve essere allenata! Anche qui invito a fare i vostri commenti per arricchire il modello.